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Hidden eatery ovvero i ristoranti in casa PDF Stampa E-mail
Scritto da redazione   
Un esempio di Hidden eateryNascono nei posti meno usuali e anche meno pensabili. Sono i ristoranti improvvisati, quelli che vengono messi su in case in loft presi in affitto, in locali "tradizionali" ma con formule nuove e aperture non regolari. Cioìò che li caratterizza è la cucina casalinga o gourmet, ma con menu fissi e conti low cost perché protagonista qui è la convivialità. File interminabili per avere un tavolo, cenare urlando per sovrastare le voci dei vicini. Contro il dilagare degli chef-star, la confusione e i conti esagerati, prende sempre più piede la tendenza segreta come le location in cui si svolge. Li chiamano "hidden eatery" e sono ristoranti clandestini, illegali o underground: come i precedenti guerrilla stores, aprono all'improvviso e a tempo determinato in location insolite.

Con lo slogan "There is no place like home!" (non c'è nessun posto come casa), si possono materializzare nei salotti di casa, in un loft sfitto, in giardino o in terrazza. Non hanno insegne, né si fanno pubblicità. Si scoprono solo attraverso il passaparola tra amici o sui social network. Sono riservati a un numero limitato di persone, offrono un menu fisso a costo contenuto e percorsi enogastronomici sempre differenti.

Il primo è stato Ghetto Gourmet a San Francisco, creato da Jeremy Towshend, che ha avuto l'idea di ricavare nel suo grande appartamento un ristorante nascosto. Da quel salotto la tendenza ha messo radici, fino a coinvolgere grandi chef.

Un colosso dei fornelli americani come Thomas Keller, fondatore del Per Se, al Time Warner Center di New York ha dato vita a un più semplice e familiare Ad Hoc, con 2 menu fissi e un prezzo "politico" di 49 dollari. Ad Hoc nasce "per dare una pausa", dice Keller, e resterà aperto solo per quest'inverno.

Lo chef spagnolo Nuno Mendes ha lasciato la corte di Ferran Adrià a El Bulli per aprire ad Huxton il suo segreto, The Loft, progetto culinario gestito come un privé. La componente familiarità è la parte fondamentale di questo fenomeno, come sostiene Ellis Grace, proprietaria del Salad Club di Brixton, piccolo bistrot radical chic: "Noi cuciniamo e prepariamo la cena in modo da creare intimità e far nascere amicizie". Nei paesi anglosassoni la tendenza è un boom e i guerrilla restaurant sono oramai molti: dai più eclettici, come il surreale e minuscolo
The Pale Blue Door, ideato dal designer Tony Hornecker, dove, tra paralumi e servizi da tè della nonna, si cena serviti da un greco en travestì che somiglia a Tina Turner, ai più tradizionali come The Rambling che, nascosto in una vecchia casa vittoriana, offre pasti da 4 portate a 15 sterline, ma solo a chi indovina il quiz letterario posto all'ingresso.

Si ispira a fumose atmosfere cubane Underground Restaurant e, con il motto "The English can cook", sfida i palati più diffidenti con ricette pure-Brit.
Moveable Restaurant naviga sul Tamigi e, attraccando di riva in riva, organizza reading e incontri con gli artisti. A Berlino il più noto è The Shy Chef, che si definisce "club culinario segreto a Kreuzberg". E siccome non è un vero ristorante, qui si lavora solo tre giorni a settimana, non si paga il conto, ma si accettano donazioni dai clienti.

In Italia la tendenza arriva ora. Uno degli appuntamenti in voga delle domeniche romane è il brunch a Casa Luciani, loft di un gruppo di amici che fa il pieno offrendo banchetto a costo fisso, giornali, selezioni musicali e la possibilità di acquistare artigianato.

 

 

 

 

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