| Nel futuro di Baggio forse una panchina |
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| Written by redazione |
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There are no translations available. Si rompe il silenzio attorno a uno dei calciatori più amato dagli sportivi: Roberto Baggio. E a parlare è lui stesso, il 'Divin Codino' parla in occasione della presentazione di una iniziativa editoriale a lui dedicata. Parla del suo futuro svelando un sogno: diventare allenatore. Ma Baggio, oggi 37enne, tocca tanti altri argomenti, dalla finale mondiale di Usa '94 ai protagonisti del calcio moderno. Non gli dispiacerebbe tornare nel mondo del calcio. "Dal divano di casa è facile guidare una squadra - dice - in futuro potrei prendere in considerazione l'ipotesi di allenare. E' una sfida e a me le sfide piacciono. Mi appassiona il campionato argentino e i giovani. Mi piacerebbe essere utile ai ragazzi, il calcio è uno sport ma anche una professione che va 'condita' di passione".A chi gli chiede se da commissario tecnico porterebbe Cassano ai Mondiali, lui risponde "E' un grandissimo talento e può cambiare le partite in qualsiasi momento con una giocata. Gli allenatori hanno le loro esigenze, ma Cassano ha tutte le possibilità per dimostrare il suo valore. Se le porte della Nazionale sono aperte per tutti, lo saranno anche per lui". Commenta anche il mondiale "Se c'è una partita che rigiocherei è la finale di Usa '94 (persa ai rigori contro il Brasile con un suo errore, ndr). Quella partita è il mio peggior incubo, me lo porto dietro e me lo porterò dietro sempre. Il rigore sbagliato? E' difficile anche per me spiegarlo, non ho mai tirato alto un rigore. L'avevo calciato come tantissime altre volte, ero tranquillo, non c'è una spiegazione logica. Ogni tanto penso 'magari qualcuno ha abbassato la porta...'. La preparazione per arrivare ad una finale mondiale dura quattro anni e giocarsi un mondiale in cinque minuti di rigori è un po' un delitto. Meglio perderlo giocando che dagli undici metri".
Nonostante sia da tempo lontano dalla scene, Baggio segue il calcio e le italiane impegnate in Champions. L'unica a vincere delle tre in corsa è stata l'Inter. "Non era una partita facile quella contro il Chelsea - spiega -. I nerazzurri hanno giocato bene, è chiaro che ci vuole un risultato importante al ritorno. Tutte comunque hanno la possibilità di andare avanti''. Non svela per quale squadra tifa: ''Tifo per tutte le squadre in cui ho giocato". La carriera del Codino è un lungo elenco di maglie e gol indimenticabili, a partire dall'esordio col Vicenza, fino all'amata Fiorentina e al difficile passaggio nella Juventus con cui ha vinto trofei internazionali. Dallo scudetto del Milan al trionfo in classifica cannonieri con il Bologna, dalle sfide affrontate con la maglia dell'Inter all'addio con la maglia del Brescia, passando attraverso tre mondiali e 205 gol in serie A. Una carriera in cui gli infortuni al ginocchio non lo hanno risparmiato. "Sono momenti difficilissimi - sottolinea - e c'è solo un'arma per combatterli e uscirne vincitore: il coraggio. Gli infortuni mi hanno fatto maturare come persona, mi hanno insegnato ad affrontare la vita fuori e dentro dal campo". Il talento, però, non basta. "Sono fondamentali altre doti, come l'umiltà e la passione. Il talento non è sufficiente, servono altri elementi per farlo emergere. Io non mi sono mai sentito superiore ai compagni". A chi gli chiede di indicare il suo erede, l'ex numero dieci si tiene vago: "Ci sono tanti grandi talenti, Messi è uno dei più grandi in assoluto", ma non ha dubbi sui colleghi a cui consegnare il Pallone d'oro: "Baresi e Maldini sono i primi nomi che mi vengono in mente", così come gli allenatori preferiti: "Stimo Guardiola, Prandelli e Leonardo, mi sarebbe piaciuta un'esperienza con loro". Il rapporto tra lui e gli allenatori, però, non è stato sempre idilliaco, ma la presenza di Arrigo Sacchi (in sala, tra gli altri, anche Franco Baresi, Adriano Galliani, Gianluca Pessotto, Gigi Maifredi) dimostra che ogni divergenza si può appianare. "Le incomprensioni possono capitare in una lunga carriera, ma sono momenti che si superano". Nessuna voglia di correre in campo: "Ho dato tutto fino all'ultimo giorno. Non ho nessun rimpianto. L'idea di smettere mi è venuta anche anni prima, perché i dolori non mi abbandonavano mai. Tante volte a fine stagione pensavo di non ricominciare, poi invece ho tenuto duro". Ora si gode la famiglia e prima di vederlo nella sua nuova veste di allenatore bacchetta i tifosi: "Non approvo -conclude- il razzismo nel calcio, i fischi ai giocatori. E' assurdo che ci sia questa stupidità ".       |