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Volti e persone
Little Sri-Lanka in Italia crescono: storie d'ordinaria integrazione PDF Print E-mail
Written by Junio Tumbarello   
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I Tamil in Italia di Junio TumbarelloSFUGGITI ALLA GUERRA CIVILE SCOPPIATA NEL LORO PAESE E FINITA CIRCA UN ANNO FA, DAL 1983 DECINE DI MIGLIAIA DI TAMIL HANNO CERCATO RIFUGIO IN EUROPA E IN NORD AMERICA. GENTILI, INSTANCABILI LAVORATORI, LEGATI ALLE TRADIZIONI E ALLA FAMIGLIA, OGGI MOLTI DI LORO, CHE IN PATRIA ERANO INGEGNERI, OPERAI SPECIALIZZATI E POETI, FANNO I COLLABORATORI DOMESTICI O HANNO PICCOLE ATTIVITÀ COMMERCIALI NELLA PENISOLA. IL VIAGGIO DI UTILITY ALL'INTERNO DI UNA DELLE COMUNITÀ STRANIERE PIÙ NUMEROSE NEL NOSTRO TERRITORIO, PASSA ATTRAVERSO I RACCONTI DI ALCUNI DEI TANTI VOLTI CHE SI POSSONO INCONTRARE PER STRADA NELLE MOLTE "LITTLE SRI-LANKA" NATE NELLE NOSTRE CITTÀ

Il loro sorriso e il loro aspetto garbato li rende riconoscibili in mezzo ai tanti stranieri che vivono in Italia. Per quanto, naturalmente, non si possa fare di tutta l’erba un fascio, sono grandi lavoratori, disponibili, tranquilli, riflessivi, ma talvolta impetuosi e irritabili come è tipico del temperamento di chi è nato ai tropici. Sono gli abitanti dello Sri Lanka, conosciuta anche come la “lacrima dell’India”, uno Stato indipendente dell’Asia meridionale su un’isola dell’Oceano Indiano. Separata dalla punta dell’India a cui originariamente era unita, dallo stretto di Palk, largo appena 35 chilometri. Il loro numero in Italia non è preciso, nonostante rappresenti una delle comunità straniere più folte: secondo una stima del 2003 dell’ambasciata di Sri Lanka a Roma in Italia ci sarebbero 80.000 srilankesi regolarmente registrati, mentre un’indagine Istat risalente al 2001 parla di 24.474 presenze e, ancora, secondo la Caritas sarebbero 35.845. Se volessimo fare una media approssimata tenendo conto dei tre dati potremmo dire che la comunità srilankese italiana è costituita da un numero di persone che varia da 45.000 a 50.000.

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Advertising oggi, comunicare nella crisi PDF Print E-mail
Written by Manfredi Calabrò   
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Leo Burnett - un disegno del grande comunicatore"The greatest thing to be achieved in advertising, in my opinion, is believability, and nothing is more believable than the product it self".

Così parlava Leo Burnett, famoso pubblicitario statunitense, fondatore dell’omonima agenzia pubblicitaria e grande ispiratore delle attività di marketing e advertising odierne, nel tentativo di tracciare il fine ultimo, così come anche la base, della comunicazione pubblicitaria: la credibilità. Del prodotto in sé e della strategia di comunicazione che ne deriva. La crisi economica ha inevitabilmente cambiato i paradigmi del consumo, come anche le scelte di acquisto di una marca piuttosto che di un altra. In pochi hanno un potere d’acquisto adeguato e sufficiente per qualcosa che non appartenga alla sfera dello “strettamente necessario”. In un momento in cui molte attività sono costrette a chiudere, la maggior parte delle aziende e delle imprese ha adottato una strategia di soppravvivenza forzata, facendo quindi largo ricorso a strumenti come la cassa integrazione e la drastica diminuzione degli investimenti, in attesa che la crisi finisca. Parallelamente però, alcune imprese in netta controtendenza stanno aumentando gli investimenti pubblicitari, focalizzati prevalentemente sulla pubblicità Online, per costruire e rinforzare il proprio brand sul mercato e aumentare eventualmente il numero di consumatori o il proprio portfolio clienti. In questo periodo investire nella pubblicità consente di affermarsi più facilmente in un mercato di maggiore concorrenza e più severa competitività tra i prodotti, rispetto al passato. Con una spesa più accessibile che negli anni precedenti (i costi della pubblicità sui media tradizionali si sono fortemente ridimensionati, e sul web, il potere d’acquisto di spazi pubblicitari per grandi aziende, piccole medie imprese e privati è pressoché alla pari) si ha la possibilità di affermare il proprio brand e beneficiare di una esposizione mediatica del marchio infinitamente maggiore.

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Belen Rodriguez nelle nuove puntate di Montalbano PDF Print E-mail
Written by Flaminia De Bernardis   
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Belen Rodriguez nelle nuove puntate di MontalbanoIniziano questa settimana le riprese di 4 nuovi episodi della serie televisiva '"Montalbano" con Luca Zingaretti. Ma la novità, come rivela "Tv Sorrisi e Canzoni", è che al fianco dello schivo commissario ci sarà Belen Rodriguez. Le trattative, rivela il settimanale, sono ancora in corso, ma pare proprio che la showgirl argentina interpreterà la parte di una bella spagnola. Altre guest star sarebbero Isabella Ragonese e Ana Caterina Morariu.

E Luca Zingaretti? Anche se l'attore romano ha più volte "minacciato" di abbandonare il suo personaggio, alla fine lo riprende sempre e sempre volentieri, tanto che dice: "Non posso più farne a meno. Ma credo che, senza peccare di superbia, anche il commissario non può più fare a meno di me". I quattro nuovi episodi sono tratti da altrettanti romanzi di Camilleri e sono: "L'età del dubbio", "La danza del gabbiano", "Il campo del vasaio" e "La caccia al tesoro". Si inizia a girare in Sicilia, ma poi il set si sposterà a Roma.

Intanto, dopo la smentita di ieri dell'interessata, oggi anche l'autore della notizia che ha messo in subbuglio il mondo dello spettaciolo conferma: Belen non farà il prossimo film di Tinto Brass e non ha mai avuto alcun contatto con lui o con i suoi collaboratori.

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I love Mangio: il cibo italiano indossa l’abito da sera PDF Print E-mail
Written by Junio Tumbarello   
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I fratelli Badalamenti e al centro Francesco Taranto
IN OCCASIONE DELLA 44MA EDIZIONE DEL VINITALY, IN PROGRAMMA DALL'8 AL 12 APRILE 2010, UTILITY MAGAZINE DI PRIMAVERA SARÀ DISTRIBUITO NELLO STAND DI "I LOVE MANGIO", L'AZIENDA DI TRE GIOVANI IMPRENDITORI SICILIANI CHE RAPPRESENTA A LIVELLO INTERNAZIONALE LE ECCELLENZE DEL CIBO ITALIANO DI LUSSO. DI I LOVE MANGIO E DELL'IDEA VINCENTE CHE C'È ALLE SUE SPALLE C'ERAVAMO OCCUPATI NELL'ULTIMO NUMERO DI UTILITY DEL 2009


Non c'è amore più sincero di quello per il cibo. Niente di più vero di quest'asserto di George Bernard Shaw per i protagonisti di questa storia. E la storia che vogliamo raccontarvi è quella della passione per la gastronomia e per le cose fatte bene di Francesco Taranto e di Marco e Luca Badalamenti, i giovanissimi imprenditori che hanno creato "I love Mangio", un'azienda nata per rappresentare a livello internazionale le eccellenze del cibo italiano di lusso. I loro prodotti, infatti, saziano gli emiri del Qatar, del Kuwait, di Dubai, di Abu Dhabi, del Libano, e dell'Egitto, ma anche i clienti delle più importanti catene di alberghi di Repubblica Ceca, Serbia Montenegro, Olanda, Belgio, Gran Bretagna e Spagna. E proprio perché in tutti i colpi di fulmine che si rispettino, i primi momenti di una storia sono quelli che ne segnano il destino, l'inizio di questa storia non poteva che avvenire a tavola. "Per la precisione tra un bicchiere di vino nero siciliano e alcuni piatti a base di tartufo d'alba. Quasi per gioco, ci è venuta l'idea di mettere insieme il nostro background e le rispettive passioni - racconta Francesco Taranto - inventando un marchio che potesse rappresentare un connubio tra il cibo di altissima qualità e l'eleganza della confezione".

L'idea di mettere in piedi una società in grado di vendere e comunicare sul mercato mondiale i prodotti più prestigiosi e di qualità del cibo italiano di lusso arriva come un lampo durante una cena nel dicembre di due anni fa. "Probabilmente il segreto del nostro successo - spiega Marco Badalamenti - consiste nel fatto che alla base del progetto ci sono amicizia, passione e le nostre diverse esperienze".

"I Love Mangio" si è imposta sul mercato nel gennaio del 2009 e dopo la sua presentazione a Dubai all'International Gulfood, ha conquistato letteralmente il cuore e la "pancia" dei mercati arabi. In Europa, invece, ha avuto un battesimo prestigioso a Londra durante la "Dolce Vita London 2009" l'importante fiera del made in Italy, alla quale partecipano ogni anno marchi d'eccellenza tricolore come Frau e Ferrari.
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Publipoint e "American Graffiti" PDF Print E-mail
Written by Publipoint   
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Marilyn Monroe con alle spalle un noto quadro di Edward Hopper

GUARDA LE FOTO DEI SIMPATICI PROTAGONISTI IN RESINA

Publipoint cresce, si evolve e asseconda la sua naturale vocazione alla comunicazione e all'arte. Le cose in serbo per la primavera 2010 e il futuro in generale sono molte. Innanzitutto la rinnovata sede nel capoluogo siciliano e poi le nuove e originali declinazioni delle nostre attività, come il noleggio di attrezzature e oggetti scenografici in resina: fiore all'occhiello saranno i personaggi degli anni 50 americani in dimensione reale, come la splendida Marilyn Monroe o i simpatici e insuperabili Blues Brothers. Fervono anche i preparativi per le tante iniziative in programma in concomitanza all'uscita del nuovo numero di Utility di primavera.

Le altre sorprese riguardano chi sceglierà il nostro team per la campagna di comunicazione: Publipoint, infatti, nella nuova sede di Palermo, si occuperà anche di visual communication, allestimenti grafici, stampe, progettazioni e consulenze tecniche. Noleggeremo oggetti di scena in resina e forniremo consulenza per la progettazione di allestimenti scenografici.

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Philippe Petit, un artista con i piedi sulle nuvole PDF Print E-mail
Written by Donatella Spadaro   
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Philippe Petit artista con i piedi sulle nuvole“I limiti esistono soltanto nell’anima di chi è a corto di sogni”. Parola di Philippe Petit. Il noto funambolo francese ha vissuto delle esperienze al limite del possibile regalando indimenticabili spettacoli ad alta quota. L’aria e lo spazio, tra cielo e terra, costituiscono il suo teatro, dove sfida con tenacia, la gravità e il conformismo. Un cavo da percorrere (senza alcuna protezione), energia interiore, grande coraggio, determinazione e travolgente passione sono i suoi unici compagni d’avventura. Era il 1971 quando Philippe, oggi sessantenne, compie la sua prima impresa a Parigi, camminando nel nulla su una corda tesa tra i campanili di Notre Dame. In quarant’anni, passeggia tra le nuvole ovunque, dalle cime del più grande ponte ad archi del mondo, dell’Opera House e dell’Harbour Bridge di Sidney nel ‘73, alle grandi cascate del Niagara. Dal Superdome di New Orleans, alle guglie della cattedrale di Leon in Francia, fino alla camminata di 800 metri su di una corda tesa, in diagonale e in pendenza, sino al secondo piano della Tour Eiffel. In un luminoso mattino d’estate del 1974, realizza il suo sogno più grande.

Dopo aver preparato accuratamente l’impresa, il funambolo più famoso del mondo, beffando la sicurezza, cammina per una quarantina di minuti lungo un cavo d’acciaio a 400 metri di altezza tra i due grattacieli più alti del mondo, le Torri Gemelle di New York, simbolo del progresso e dell’ottimismo occidentale. Philippe è molto amato dalla gente comune, perché disobbedendo alla forza di gravità, riesce a tenere tutti col fiato sospeso.
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Emergency: dalla parte dei deboli PDF Print E-mail
Written by Pietro Scaglione   
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La sede di Emergency a Palermo - foto di Antonio AndrosiglioLe vittime delle guerre, i bambini, i poveri e gli immigrati hanno un punto di riferimento prezioso e indispensabile: l’organizzazione non governativa Emergency. L’associazione umanitaria, fondata nel 1994 dal chirurgo milanese Gino Strada, compie 15 anni di meritoria attività al servizio dei più deboli e indifesi. Da tre anni, poi, a Palermo, Emergency gestisce un attivissimo poliambulatorio per l’assistenza gratuita nei confronti degli immigrati. Il quindicesimo anniversario di Emergency, purtroppo, è stato funestato dalla morte di Teresa Sarti, moglie di Gino Strada e instancabile animatrice dell’associazione. La scomparsa dell’adorata compagna ha spinto il chirurgo milanese a sfogare l’immenso dolore nel continuo impegno al fianco degli ultimi. In tutti questi anni, nei principali teatri di guerra del mondo Gino Strada ed Emergency hanno aiutato oltre tre milioni e mezzo di persone in diversi continenti.

Nel prestare assistenza medica gratuita alle vittime, il chirurgo e la sua associazione non hanno mai parteggiato per i singoli eserciti in conflitto, ma soltanto per quattro importanti valori: la pace, la solidarietà, la giustizia e il rispetto dei diritti umani. Lontana da ogni retorica nazionalista e militarista, Emergency ha offerto assistenza a tutte le persone in difficoltà: per lo più civili, ma anche soldati o miliziani di questa o quella fazione, senza alcuna discriminazione di razza, religione, cultura o patria. Nel 1994, Emergency ha aderito alla mobilitazione dell’indimenticabile Lady Diana e ha intrapreso la nobile battaglia pacifista che ha condotto l’Italia a mettere al bando le famigerate mine antiuomo. Nel 2001, poco prima dell’inizio della missione in Afghanistan, Gino Strada ha chiesto ai cittadini di esprimere il proprio ripudio della guerra con uno “straccio di pace”.
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Paolo Fox, l’astrologo che colpisce nel segno PDF Print E-mail
Written by Junio Tumbarello   
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Paolo Fox per Utility MagazinePer lui l’astrologia non è una scienza, ma una disciplina. Lo stile impeccabile, il suo aplomb televisivo e le sue oculate previsioni lo hanno reso, senza ombra di dubbio, l’astrologo più importante d’Italia. Nato sotto il segno dell’acquario e molto noto per le sue rubriche e per i suoi interventi in tv su Rai Due a Mezzogiorno in famiglia, Paolo Fox ha conquistato il cuore e la fiducia di tutti coloro i quali confidano nella buona luce delle stelle. Dal 1997 collabora con il network radiofonico Lattemiele, che trasmette il suo oroscopo ogni giorno alle 7, e anche con Radio Deejay. Tutti gli anni a fine dicembre il suo oroscopo, durante gli speciali che Rai Uno e Rai Due hanno trasmesso negli ultimi anni, ha tenuto incollati al piccolo schermo più di quattro milioni di persone. (Quest'anno la serata "Speciale Oroscopo 2010" andrà in onda alle 20.45 su Rai Due) E non bisogna dimenticare che dall’anno scorso il suo libro di astrologia edito da Cairo ha letteralmente sbancato le librerie raggiungendo il più alto numero di vendite per un libro di previsioni astrologiche. Utility Magazine ha chiesto al simpatico astrologo qualcosa della sua vita personale e ha tentato di estorcere qualche piccola previsione per l’anno in arrivo.

Quando ha capito la sua vocazione astrologica?
“Per quanto mi riguarda la mia carriera di astrologo non è mai stata decisa o programmata ed è stata probabilmente anche questa la chiave del mio successo. Io non ho mai puntato a diventare l’astrologo della televisione, è stata una cosa che ho iniziato a fare a sedici anni quando andavo al liceo Classico: ricordo ancora i segni degli insegnanti e dei miei compagni. Cominciai così. A dir la verità all’inizio ho interpretato anche la parte di chi voleva sfatare la leggenda dell’oroscopo e di chi non credeva ai segni. Poi le cose lentamente sono mutate, perché dentro di me ho sempre creduto al grande destino”.

In che senso?
“Sono del parere che un uomo può sì pianificare ciò che vorrebbe fare nella vita e programmare alcune cose, ma in generale se nel destino è scritto che deve accadere una determinata cosa, così sarà. E per me è stato così, una serie di eventi mi hanno portato a intraprendere questa professione. L’astrologia cerca di intravedere in anticipo quello che chiamo ‘il piccolo destino’; non credete ma verificate”.

I lettori saranno curiosi. Ci racconti qualcosa dei suoi esordi.
“Iniziò tutto nel 1977. Con l’avvento delle televisioni private. Cercavano qualcuno che facesse le previsioni astrologiche. Non volevano un astrologo come oggi con il numero di telefono o lo studio privato: quelli sono venuti in un secondo tempo. All’inizio queste prime emittenti avevano problemi di contenuti, non sapevano letteralmente cosa mettere in onda. Non esistevano neanche i ponti radio. Andavamo a registrare le trasmissioni in montagna e io andavo in onda con una sciarpetta sui monti del Lazio, facendo queste lunghe disquisizioni astrologiche. E tutto questo per passione, non percepivo alcun cachet. Per me non era ancora, insomma, una vera professione ma un piacere. Avevo l’entusiasmo dei vent’anni e la trasmissione aveva in studio dei cantanti a cui facevo l’oroscopo”.

E poi cosa è successo?
“Le cose sono venute da sole. Sono arrivate la Rai, il giornale e poi è arrivata la gente. E le prime trasmissioni in tv hanno avuto un successo clamoroso. Il primo grande evento televisivo in assoluto è stata “In bocca al Lupo” con Carlo Conti il 30 dicembre del 1998. La prima sera del programma ottenemmo il 34,33 per cento di share: come una partita di calcio. Fu proprio Carlo Conti a comunicarmelo il giorno dopo la trasmissione e da lì cominciò tutto. Penso che la gente sia rimasta colpita da quel ragazzo un po’ timido. Oggi, certo, quel ragazzo è un po’ meno ragazzo e anche un po’ meno timido”.

Secondo lei ha tanto successo con la gente perché azzecca le previsioni?
“L’astrologia non è una scienza ma una disciplina e io ricordo sempre che non bisogna credere agli oroscopi ma verificarli. È quello che faccio anch’io con il mio oroscopo. Io faccio una previsione ed è giusto tenerne conto ma interpretandola, lasciandola in qualche modo decantare e leggendola guardandosi attorno. In questo modo l’astrologia stupisce sempre e aiuta”.

Il discorso quindi torna sempre al fato e a qualcosa che è già scritto…
“Esiste un grande destino che è quello immodificabile e imprevedibile e che viene deciso da qualcun altro che è molto più in alto di noi. Poi esiste un piccolo destino e probabilmente proprio su quello l’astrologia ha la sua influenza ed è su quello che io invito a fare delle riflessioni. Dovrebbe essere quel piccolo destino a interessarci di più. Perché proprio le previsioni legate al piccolo destino potrebbero dare indicazioni utili su quando, per esempio, sostenere un colloquio di lavoro, o se abbandonare una persona in amore in un giorno sbagliato. Cosa che potrebbe in seguito constare un ripensamento. L’astrologia quindi potrebbe servire a fare le cose nei tempi giusti e, magari, a far conoscere la persona che si ha vicino. Conoscere o capire l’umore o gli stati d’animo della persona che ti sta accanto. Parliamo sempre di note caratteriali e non di psicologia che è un discorso più profondo che non mi compete”.

Ha un aggettivo per 2010?

“Per tutti i segni sarà un anno generoso perché Giove va nel segno dei Pesci. E quindi questo conferma, quantomeno in Italia, un andamento di fortuna. E poi tra i vari segni, proprio i pesci godranno di particolare favore. Come una spinta in più. In ogni caso durante l’anno tutti avranno un’occasione”.

Tra i segni d’acqua, fuoco, terra e aria quali segni avranno più fortuna?
“La prevalenza è per i segni di acqua, cioè cancro, scorpione e pesci. Ma considerate le condizioni astrologiche del prossimo anno anche gli altri andranno bene. Mi spiego meglio: su dodici mesi, quello che ha nove mesi, diciamo favorevoli, conquista la palma di ‘vincitore’ dell’anno, ma poi capita per tutti l’occasione buona, perché in caso contrario vorrebbe dire che solo alcuni vanno avanti. Con ciò voglio dire che quelli che verranno, saranno mesi molto importanti per tutti, ma la prevalenza – ribadisco - è per i segni d’acqua”.

Si parla del 2012 come anno della fine del mondo, c’è qualcosa che fa presagire questo terribile epilogo?
“Assolutamente no. Ho visto le stelle di dicembre 2012 e a livello astrologico non c’è nessuna novità. Queste sono osservazioni che vengono fatte non guardando l’oroscopo ma seguendo antiche previsioni, che sono più o meno interpretate in maniera diversa, però appunto perché sono interpretazioni vanno sempre filtrate. Anche perché il calendario che utilizziamo oggi, non è quello di duemila anni fa. Per quanto mi riguarda non credo che il 21 dicembre 2012 crollerà il mondo”.

E se ce lo dice Paolo Fox, sicuramente staremo più tranquilli…

 
La città buia, il nuovo libro di Michael Connelly PDF Print E-mail
Written by Redazione   
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La copertina del nuovo libro di Michael Connelly Un caso di omicidio che diventa un intrigo internazionale e poi i conti con la propria vita privata, con il tempo che passa, i rimpianti, gli anni che incombono. Sono questi i nuovi due "casi" di cui si dovrà occupare e risolvere Harry Bosch. Il detective di Los Angeles, nato dalla penna dello scrittore Michael Connnelly, sarà protagonista del prossimo libro in uscita La città buia, edito da Piemme. "Il libro racconta un fatto vero - spiega Connelly -, il furto di materiale radioattivo da un ospedale della California. E' la storia in fondo di come il terrorismo, dopo l'11 settembre, abbia cambiato l'America e stravolto le nostre vite, scatenando paranoie e incubi senza fine".
Da un banale caso di omicidio, il detective Bosch scoprirà qualcosa di ben più complesso: un intrigo che punta a seminare morte e distruzione in tutta la città do Los Angeles.
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Silvio Berlusconi su Rolling Stone di dicembre PDF Print E-mail
Written by Roberta Cicero   
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Berlusconi personaggio di dicembre di Rolling StoneNon solo capo del Governo, imprenditore, proprietario del Milan e di Mediaset. Da oggi Silvio Berlusconi è anche una rockstar. La rivista mensile "Rolling Stone", infatti, la scelta per incoronare la rockstar del mese di dicembre questa volta è caduta sul nostro premier. Il perché è semplice: nonostante i numerosi scandali che lo hanno visto protagonista, il presidente, "si è rivelato capace come nessun altro di stare sotto le luci della ribalta". Sulla copertina della rivista, realizzata dal designer americano Shepard Farey, ormai famoso in tutto il mondo per i suoi manifesti di Barack Obama creati per la candidatura a Presidente degli Stati Uniti, troneggia l'immagine del Premier e sullo sfondo appare il tricolore.
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Gualtiero Marchesi: intervista al re della cucina italiana PDF Print E-mail
Written by Junio Tumbarello   
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Il maestro Gualtiero MarchesiIl suo nome ha elevato la cultura culinaria italiana nel mondo. Chiamarlo chef è riduttivo. Gualtiero Marchesi è il re della cucina italiana. Un maestro che ha saputo, con il cuore e con la sua arte, sprovincializzare la cucina italiana, rendendola internazionalmente colta. Il giornalista gastronomo francese, conosciuto con il nome di Curnonsky, scrisse che bisogna dare ai cibi il sapore che hanno. Ed è questo il principio che guida la cucina del maestro Marchesi. La cucina del Maestro Marchesi è da lui definita "totale", cioè globale, che comprende tutto ciò vi ruota intorno, dalla "preparazione del piatto alla presentazione nel piatto". Fondata sulla capacità tecnica, sulla ricerca, sul "senso estetico", sull'armonizzazione dei sapori e degli aromi ma anche sugli aspetti riguardanti l'ambiente, il servizio, l'accoglienza, l'intrattenimento dell'ospite cui non è affatto secondaria la componente umana. Gualtiero Marchesi nasce a Milano nel 1930. Il suo approccio con la gastronomia avviene in giovane età, quando comincia a far pratica nella cucina del ristorante dell'albergo "Mercato" di proprietà dei genitori. Utility Magazine ha intervistato il grande chef chiedendogli dei suoi inizi, della sua arte e della cucina italiana di oggi

Quando ha capito che la cucina sarebbe stata la compagna di una vita? In casa sua c'era la cultura della buona cucina?

"Molto lo devo alla mia famiglia, anche perché sono nato in una camera dell'albergo "Mercato" - per la precisione la 24 - di proprietà dei miei genitori. Ma non è stato semplicemente questo. Sono un insieme di cose. La famiglia mi è stata d'esempio per certe cose. I miei non cucinavano e attingevano al patrimonio di famiglia che erano cugini, parenti e cognati, alcuni dei quali erano cuochi in grandi alberghi e ristoranti. Io mi sono trovato coinvolto in questa cosa perché non avevo più voglia di studiare. Non mi piaceva la scuola, allora mia madre mi ha spedito in Svizzera - e ha fatto bene - in un grande albergo, al Kulm a St.Moritz. È stato lì che mi sono reso conto che se volevo davvero imparare qualche cosa dovevo ricominciare a studiare. E proprio in Svizzera, a Lucerna, ho frequentato la scuola alberghiera. In seguito sono tornato in Italia e ho iniziato a lavorare con i miei ma, la mia passione - io ho sempre frequentato l'ambiente artistico - erano il teatro, la musica. Poi un bel giorno ho incontrato una bella pianista cha faceva concerti e che ora è la mia signora".

Della sua famiglia, infatti, in cui sono tutti musicisti...

"Io sono l'unico che fa un'altra cosa... Ma a un certo punto mi sono messo anche a studiare pianoforte con mia moglie. È successo quando avevo 24 anni e ho continuato fino ai 27. Stavo rischiando di diventare musicista. Poi ho smesso di colpo e mi sono messo a lavorare seriamente. Non che prima non lo facessi, lavoravo in cucina venti ore su ventiquattro ma lo facevo in maniera spensierata. Lavorando ma senza un impegno totale. È stato proprio studiando musica che mi sono reso conto che avrei potuto fare ciò che facevo con la musica anche in cucina. Infatti, smisi completamente con la musica e mi dedicai completamente alla cucina. Certo se non avessi vissuto le esperienze con la mia famiglia, se non avessi visto le cose che ho visto da bambino accanto a questi grandi cuochi che facevano cose straordinarie, se non avessi vissuto a Milano, città che mi ha permesso di farmi una cultura più internazionale di chi ha la fortuna di vivere in campagna e, magari, sente di più il territorio, ma da cui poi è difficile staccarsi, non sarei divenuto quello che sono. Credo che bisogna avere il coraggio di andarsene da un posto se non si conclude nulla e cercare la propria strada. Fare esperienza e non abbandonarsi alle cose così tanto per farle. Perché a fare i fantasisti son capaci tutti, ma poi bisogna vedere sotto sotto cosa c'è di buono".

Lei ha spesso definito la sua cucina, una cucina totale. Al lettore appassionato e al cuoco alle prime armi come spiegherebbe questo concetto?

"È un'idea venuta tanti anni fa quando ho iniziato con la nouvelle cousine. Io avevo già un percorso importante all'albergo Mercato con i miei genitori in cui ho lavorato dai 27 ai 36 anni ed ero sicuramente legato alla cucina di tradizione. Senza dimenticare che la scuola del grande albergo mi aveva insegnato tante cose. La cucina totale è l'attenzione e l'esperienza in tutte le fasi che vanno dalla cucina alla sala, dalla preparazione del piatto alla presentazione nel piatto, fino a quando viene servita all'ospite dal maître. Così quando ho aperto il mio ristorante nel '77 in via Bonvesin de la Riva a Milano - erano gli anni della nascita della nouvelle cousine - mi ero già stufato di cercare di creare assolutamente il piatto bello. Il piatto bello è sempre frutto di una composizione, di una sorta di artifizio. È una composizione che si ottiene scomponendo tante cose e componendole sul piatto".

Ma non è sempre così facile...

Riso oro e zafferano"Per questo bisogna essere bravi e avere occhio per comporre cose belle. E poi ci sono dei pezzi che rappresentano la materia, che è bello evidenziare. Proprio per questo motivo, da qualche anno ho ripreso il trancio in sala. È bello vedere un'anatra, un piccione in casseruola tranciata da un maître che sa tranciare. Ma anche un carrè d'agnello o anche un cosciotto d'agnello. D'altronde se il trancio viene effettuato in cucina si perde molto, rimangono solo dei pezzi di carne che arrivano sul piatto. I piatti possono essere belli quanto vuole, ma assistere al trancio è tutta un'altra cosa. Ricordo che il mio maestro Troisgros mi diceva che il cuoco si è appropriato di tutto e ha fatto un grande errore. Mi ricordo che mi rivelò anche di essersi vergognato del primo libro che aveva scritto, ma tutto ciò era dovuto al fatto che in quell'epoca non avevano l'esperienza del comporre, del fare il piatto. Avevano l'esperienza del cucinare e poi in sala c'era il maître che tranciava e disponeva tutto. Io ho cercato quindi la via di mezzo, volendo evidenziare la materia e facendola uscire intera tranciata dal maître, mentre alcune cose sono disposte sul piatto in cucina. Ho diversi piatti preparati in questa maniera ma il simbolo è il riso e oro, un piatto tondo a falda nera con un bel risotto alla milanese cotto all'onda (cremoso) - come si dice qui a Milano - e in mezzo un quadrato d'oro. Va bene anche un risotto semplice che però il maître deve servire con un bel gesto. Il colloquiare del maître con in cliente è ancora una cosa importante, il passare accanto al cliente, il servirlo in maniera adeguata. Sono tutte cose che non vanno dimenticate. In sala non approvo la lampada, gli odori, ci sono cose che devono rimanere in cucina. Il cucinare è compito del cuoco non del maître. Non approvo neanche la fiamma o il fuoco in sala che sono solo spettacolo e scenografia. In un bellissimo trattato di cucina del 400 il Cervio sostiene il trinciante in sala deve trinciare e basta, non deve avere responsabilità di cucina. A ognuno il suo mestiere insomma, e questo per valorizzare la professionalità e l'esperienza".

La tuttologia quindi anche in cucina deve essere bandita. C'è poca professionalità nella cucina italiana?

"Un musicista non compone se non conosce la musica e invece in cucina capita spesso che compongono tutti senza conoscere le basi, diciamo la musica. Il musicista esegue ciò che il compositore ha fatto, invece oggi tutti fanno i compositori. E poi ci sono musicisti e musicisti. Noi abbiamo bisogno anche delle grandi orchestre. Il musicista dopo anni di conservatorio suona e acquisisce la preparazione tecnica per farlo, poi ci sono i concertisti che oltre alla tecnica ci mettono del loro. Interpretano. In cucina si fa l'errore che quando uno ha imparato a fare il risotto, crede di aver imparato tutto, ma non si è mai imparato abbastanza. Perché se uno pensa e si esercita su quello che ha già fatto, non può che migliorarlo. Invece se uno cambia e continua a fare nuove cose non si potrà mai specializzare nel farne una. La cucina è come la musica, ogni qualvolta esegui un pezzo, non si può ripetere alla stessa maniera. Non è un quadro o una scultura che una volta fatto rimane lì e basta. In cucina come in musica c'è un interprete di mezzo. Mahler diceva «Nella partitura c'è scritto tutto. Tranne l'essenziale»".

Lei è il maestro per eccellenza della cucina italiana e sono innumerevoli gli chef che si sono ispirati alla sua arte.. ma lei - scusi l'affronto - si è mai ispirato a nessuno?

"Non mi sono ispirato a nessuno. Diciamo che ho imparato una cosa soprattutto. Il metodo è fondamentale per imparare a cucinare. Non si è obbligati a divenire compositori, ma in questo mestiere è importante saper cucinare. Ci sono cose importanti ma spesso sottovalutat,e come il rapporto del fuoco con la padella. Sono chiaramente cose tecniche ma che aiutano ad andare avanti, a evolversi. Solo con la tecnica si ha il modo per esprimersi al meglio. Solo così ci si può fare una cultura in cucina, non alla ricerca di cose sempre nuove. Non si può fare trasformare la cucina in chimica, perché la cucina è già chimica. L'Artusi scrisse La scienza in cucina e secondo me la cucina è di per sé una scienza... sta al cuoco farla diventare un'arte. Purtroppo ce n'è poca di scienza in cucina perché spesso i cuochi di oggi hanno la preparazione che hanno".

Quando va a cena a casa di amici... non c'è il rischio che i padroni di casa entrino in soggezione?
"Il problema viene risolto a monte perché - forse proprio per questo - non mi invitano mai a cena".

 
Umberto Salamone: avvocato in passerella PDF Print E-mail
Written by Junio Tumbarello   
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Una bella foto di Umberto Salomone

Sono in molti a dire che assomiglia a Kevin Kostner. Ha 30 anni, è single e riesce a conciliare la sua vocazione forense con la carriera di modello e showman. Insomma un avvocato con il pallino dello spettacolo che fa impazzire le sue fans per la sua discreta eleganza e la sua bellezza. Lui è Umberto Salamone, palermitano dal sangue normanno - è alto, biondo e con gli occhi azzurri - e di stanza a Roma dove, appunto, la mattina si reca in tribunale per le udienze e il pomeriggio - smessa la toga - si allena, prova e fa casting nell'ambito dell'altra sua vocazione: lo spettacolo.

E se per il successo sotto i riflettori basta accendere la tv o parlare con le sue fans, per quello nel foro sono gli stessi colleghi del suo studio legale a confermarlo: "È un puntuale, preciso e grande avvocato".

Lo abbiamo visto Carramba-boy con la magica Raffaella Carrà e in diversi altri reality e adesso, anche se è ancora presto per anticipare qualcosa, parteciperà a un nuovo programma. Umberto è un ragazzo elegante e simpatico che ha saputo vivere intensamente la sua vita impegnandosi nel lavoro, ma anche coltivando la sua passione per le passerelle. Due professioni portate avanti senza timori o tentennamenti ma con molta determinazione. È lui stesso a dire che "volere è potere".

Prima di fare il grande passo e assecondare la sua voglia di spettacolo, erano stati in molti a sconsigliargli la vita da palcoscenico.

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a cura di inTopic.it

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