| A New York in passerella il power woman |
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| Written by redazione |
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La figura così è lunga e sottile (romantica) ma insieme definita e fiera (potere). Tocco intrigante perché peccaminoso il colletto bianco e rigido. Tutto è curato, dettagliato: "Sono stufa - dice la stilista - di vedere donne che si sentono eleganti solo perché hanno un jeans, una t-shirt e una borsa griffata. Eh, no. Questa è omologazione, per di più verso il basso". In Italia impazza la polemica sul calendario delle sfilate milanesi: troppo corto e opprimente, secondo alcuni, effetto del volere di Anna Wintour, la direttora di Vogue America che non ama soggiornare sotto la Madonnina a lungo. L'imprenditore Diego Della Valle ha chiesto che il sistema moda Italia faccia qualcosa. "D'accordo, facciamo squadra. Giusto. Ma non ora. Ci sono le sfilate ed è il momento più delicato del nostro lavoro". Così anche Diane Von Furstenberg, stilista dalle sette vite e presidente della Camera della Moda newyorkese: "Il bello di noi americani è proprio questo che siamo uniti e facciamo squadra. Ma gli italiani restano unici e commercialmente i più grandi". Intanto bacia e abbraccia l'amica Cecilia Attias, ex madame Sarkozy: occhi da gatta, fisico tosto, musa della nuova collezione di Diane. "Ho sempre voluto condurre una vita da uomo in un corpo da donna", scrive la stilista a commento della sua sfilata "Metamorphosis". Ed è il trionfo del genere: abiti-vestaglietta (i wrap dress, cavallo di battaglia della griffe) e blazer doppio petto, vesti-sirena e giacche di pelle per la sera; pull tricottati e pantaloni da biker. Al numero 2 della Sessantatreesima, fra la Madison e la Quinta, location fra le più suggestive quella scelta da Victoria Beckham, se è vero che dopo Sex and the City, le donne di Manhattan sono cambiate. È qui che Carrie e Big decidono di andare a vivere insieme: già , lo spettacolare appartamento con quell'armadio così ridicolo. Ed è la porta di quella "miseria" che fa da scenario alla moda dell'ex spice, moda che non è niente male. È fatta di abiti fluidi ma a colonna, percorsi dalle grandi zip che ormai contraddistinguono la griffe, e ora in seta ora in tessuto stretch da guaina. Collezione strong anche da quell'animo caliente che è Custo, lo spagnolo più famoso nel fashion: hairy metal, il titolo. Pelliccia e metallo, selvaggio e contemporaneo. I patchwork e i mix&match della maison per ora abiti di maglia, ora panta da biker, ora giubbotti e pull e pastrani. Tessuti sperimentali: poliestere e alluminio, per esempio. O lavorazioni particolari: il camoscio stampato manga. E se è tosta per dna la tipa Custo, non da meno la ragazza Y3, linea di Yoji Yamamoto by Adidas. Il guru della moda giapponese inscena addirittura uno sketch con la ragazza in questione che nel finale lo mette letteralmente al tappeto. Di cappe e cappette e mantelle è vestita la "bruta", poi leggings e panta alla araba, maglie che s'attorcigliano, giubbotti e cappucci. Ai piedi sneakers con i tacchi. Buona alla prima la Lacoste. Risultati graditi perché in tenuta rispetto al 2009, dunque 1 miliardo di euro di giro d'affari, di cui 100 milioni in Italia. Il coccodrillo insomma morde ancora, tant'è che la novità è che una parte della collezione (15 capi) che ha sfilato a New York "Lacoste Studio" by Michele Gauber, lo stilista dj, sarà prodotta e andrà in vendita. Punto di forza gli abiti polo stretch, le piccole cappe di maglia, i colli a cratere.      |